RUBRICA PSICOLOGICA - UNO SGUARDO SULLA SOFFERENZA PSICOLOGICA

Gentili lettori,
Il Direttore di questa rivista  mi ha proposto di redigere una rubrica psicologica.
I temi affrontabili sono molti: il corpo, la malattia, la genitorialità, il rapporto tra fratelli, la scolarità, la psicosomatica, il rapporto di coppia, ecc …
Sono tutti argomenti ampi e che possiamo affrontare da diversi punti di vista.
uttavia penso che forse, sia più utile per voi approcciarvi alla lettura se la tematica vi appassiona o incuriosisce.
Per questo v’invito a scrivermi quale tema vorreste affrontare o a quali domande desiderereste avere risposta.
Per questo scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.   ricordando di mettere come oggetto: articolo ex.
Sperando che questo spazio di lettura possa essere utile, vi ringrazio per la partecipazione.

Anita Gagliardini
psicologa-psicoterapeuta

Uno sguardo sulla sofferenza psicologica
Svilupperò il mio pensiero su questo argomento dividendolo in tre punti, sperando che questo possa facilitarne la lettura.
Il mio obiettivo è di mostrare quanto sia importante sviluppare la consapevolezza della sofferenza psicologica per intervenire tempestivamente e permettere all’individuo che ne soffre, di vivere con più soddisfazione la propria vita.

1) Riconoscere la sofferenza psicologica
Sempre più spesso nella pratica clinica mi domando come nella nostra società, che vanta l’uso di strumenti sofisticati in vari campi e livelli, si faccia ancora fatica a chiedere aiuto di fronte alla difficoltà psicologica.
Spesso ci si trova di fronte all’incapacità di riconoscere i segnali del disagio psicologico, che se non trattati, nel tempo si manifestano con una vera e propria sintomatologia. Soprattutto sento minimizzare le difficoltà espresse dai bambini coprendole con la giustificazione “Lui è fatto così”.
Ma cosa capita se io genitore, curante, adulto, insegnante, ecc … non colgo o nego il problema messo in gioco da quel bambino?
Le risposte possono essere molte e diverse, ma sicuramente una vale per tutte: quel bambino si sentirà solo e non protetto.
I suoi vissuti diventeranno disturbanti, a volte pericolosi, e si scateneranno rabbie che possono, o no essere espresse.
Il mancato riconoscimento di un vissuto emotivo del bambino, da parte di chi se ne prende cura, fa vivere il sentimento di rifiuto e d’intollerabilità.
Di fronte a questo la mente reagisce sviluppando un sistema difensivo spesso disfunzionale e patologico.
Nel 1974 alcuni ricercatori francesi hanno visto che il bambino molto piccolo, di pochi mesi, che non dorme, ha spesso una madre che mostra una difficoltà a cogliere e accogliere le parti emotive del figlio. Questo può creare, nel tempo, una patologia psicosomatica.
Qui non si tratta di colpevolizzare la madre o il padre, perché questo non sarebbe utile a livello terapeutico, ma di comprendere cosa si può modificare perché la sofferenza venga meno.
Si tratta di occuparsi e prendersi in carico non solo della sofferenza del bambino, ma anche di quella del genitore e di tutte le sue fatiche.
Esercitarsi al lavoro emozionale è importante per mettersi in una posizione di ascolto e comprensione che è molto distante dall’ottica della critica e del giudizio.
Rimandare la presa in carico e cura delle parti sofferenti esacerba il quadro clinico, a volte sviluppando vere e proprie patologie.
Ma perché negare la sofferenza?
Se una persona soffre di male allo stomaco per un periodo prolungato, in genere, chiede aiuto al medico, altrimenti quel sintomo si cronicizza.
E perché la sofferenza psichica deve essere cancellata?
Perché continuare a ripetersi “ce la posso fare da solo?”
Quale paura si cela di fronte alla richiesta di cura? La paura di essere “folle”?
La ferita narcisistica?
Il giudizio?
Quale che sia la risposta, il sottrarsi alla richiesta d’aiuto, alimenta la parte “mortifera” dell’apparato psichico.
Ad esempio se ho un tumore e nego di averlo alla fine morirò, ma se affronto la situazione e investo sulla parte psichica più vitale, cioè farmi curare, forse ce la farò a sopravvivere.
Chi si fa aiutare è chi a più risorse sul campo psichico, perché riconosce un malessere e il desiderio di allontanarlo.

2) Sofferenza psicologica e malattia organica
Tutto quello che abbiamo fino ad ora descritto che cosa a che fare con la malattia organica?
Penso che il corpo malato e le cure che gli si apportano sia iperinvestito negativamente per tralasciare di occuparsi della ferita psichica che questo induce.
Ma il corpo non è separabile dalla mente e un corpo sofferente crea una psiche sofferente se alcuni contenuti non trovano spazio di elaborazione.
La malattia organica “ammala” l’intero nucleo familiare che deve attivare difese e comportamenti per gestire le paure, le preoccupazioni, le ferite narcisistiche.
Questi meccanismi non sono funzionali allo sviluppo.
L’uso massiccio di difese come la scissione tra mente e corpo, la negazione di un contenuto emotivo, la proiezione cioè mettere fuori di me vissuti intollerabili, ecc … creano gravi patologie psichiche.  
Pasteur descrive, nel suo articolo, la ricerca di alcuni studiosi francesi che hanno messo a confronto famiglie con bimbi che soffrivano di eczema con famiglie che non mostravano questo disturbo.
Gli hanno chiesto di disegnare la loro casa ideale.
I primi hanno disegnato una struttura quadrata, rigida senza aperture verso l’esterno e con poche vie di comunicazione all’interno, mentre le seconde mostravano un disegno molto ricco di particolari, a forma circolare con molti sbocchi sul mondo esterno.
Da questo si è dedotto che le famiglie dei bimbi con eczema si chiudevano al mondo esterno e costruivano una rigidità emotiva, mentre il secondo gruppo lasciava spazio a fantasie, immagini, rappresentazioni, simbolo di un apparato psichico ricco e flessibile che si adatta ai cambiamenti del mondo interno ed esterno.
La cura psichica del corpo è fondamentale per una crescita sana dell’individuo.
Pensiamo a quelle persone che si tagliano per avere la sensazione di esistere attraverso il dolore corporeo.
Questa sofferenza è legata a una mancanza d’integrazione tra psiche e soma dovuta a una carenza di sostegno emotivo.
Bion sottolineava che la madre deve digerire le emozioni del bambino, cioè comprenderle e restituirgliele in modo per lui assimilabili, altrimenti indigeste.
Quando il nostro corpo assume un cibo intollerabile, ha una reazione fisica, ad esempio allergica, evacuando con vomito o diarrea ciò che non è tollerabile. Così funziona la mente.
Il corpo e la mente viaggiano insieme e se c’è una malattia del soma, la mente ha bisogno di trovare spazio di comprensione altrimenti è costretta all’uso di meccanismi disfunzionali e lesivi.
Già Freud, nei suoi primi scritti (1895) sottolineava l’importanza dell’esperienza di soddisfacimento corporea per creare l’apparato psichico.
Il dolore ne rompe il funzionamento.
La malattia organica entra, a volte anche prepotentemente, in questa esperienza.
Cosa significa avere un corpo dolorante?
Dove trovare il piacere in questo corpo che si sente “sanguinare”? Cosa significa desiderare continuamente qualcosa che non si può avere o raggiungere?
Quale futuro si prospetta e s’immagina?
Non dare risposta a queste e moltissime altre domande crea una situazione di rischio psico-corporeo.
La mente nello stato di allarme angoscioso struttura meccanismi distorti nel tentativo di alleggerirsi del carico emotivo, a volte mettendo in pericolo il corpo e il suo prendersene cura.
La mente si forma nel contesto famigliare, sociale, culturale e la disattenzione verso certi processi come ad esempio l’eccessiva protezione crea individui in difficoltà a separarsi, paurosi di vivere la vita o troppo “spericolati” nella ricerca dell’esperienza.
Un analista argentino sottolineava l’importanza per i bambini di vivere piccoli traumi perché questo fortifica l’apparato psichico, un po’ come quando i bambini, ammalandosi, costruiscono anticorpi.
L’iperprotezione non permette all’altro di vivere la propria storia attraverso la separazione e l’esperienza, ma soprattutto fa incorporare una profonda angoscia mortifera.

3) Conclusioni
Concludo sottolineando che negare la sofferenza o non prenderne coscienza spinge solo verso un’enorme sofferenza, che se prima è silente, poi subdolamente si fa avanti per mostrarsi in tutta la sua forza.
L’apparato psichico deve necessariamente difendersi, ma usa meccanismi disfunzionali che creano il sintomo.
A volte ho l’impressione che si voglia allontanare l’aspetto psicologico perché di fronte a queste problematiche ci si sente più colpevoli, inadatti.
Il lavoro terapeutico si prende cura anche di questi contenuti per alleggerire questo peso emotivo.
La persona che si sente colpevole è la prima a criticarsi e giudicarsi severamente.
Sgravarsi da questi vissuti dolorosi e comprenderne la derivazione aiuta l’individuo a costruire una storia diversa della sua esperienza.
Questo non vuole essere un articolo esaustivo dell’argomento, anzi è piuttosto sommario, ma il mio scopo è di sollecitare le persone a chiedere aiuto abbandonando lo stato di solitudine.
Troppo spesso sento nella clinica raccontare di amici, parenti, figli, coniugi sofferenti e mi domando perché non inizino a vivere.

Anita Gagliardini
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Bibliografia
Bion W.R, (1972) “Apprendere dall’esperienza”, ed. Armando
Kreisler L., Fain M., Soulé (1974) “L’enfant et son corps”, ed. Puf
Freud S. (1985) “Progetto di una psicologia”, ed. Boringhieri
Pasteur R. (2010) “L’enveloppe familiale des enfants souffrant d’eczéma” in revue “Le divan familial”/25, Automne 2010, ed. Press